Grandi romanzi, mediocri filmetti

Coltivo una tale passione per l’opera di Romain Gary (pseudonimo di Roman Kacew, com’è noto) che ho iniziato a leggere i suoi romanzi ben prima che, uno dopo l’altro, fossero tradotti e pubblicati in Italia dalla casa editrice Neri Pozza, a cominciare da La promessa dell’alba ed Educazione europea, entrambi apparsi nel 2006.

Man mano che procedevo nella loro lettura e infioravo con sue citazioni i miei saggi di taglio antropologico (ma anche un mio romanzo: Spelix. Storia di gatti, di stranieri e di un delitto, Dedalo 2010), andavo scoprendo quanto poco questo grande e prolifico scrittore, nonché regista e sceneggiatore, fosse conosciuto in Italia, se non in taluni ambienti intellettuali. Eppure soprattutto il pubblico di sinistra dotato di una certa cultura avrebbe dovuto leggere e apprezzare un tale romanziere. E non solo per la qualità della scrittura, ma anche per il suo anticonformismo e la vita intensa e straordinaria: tra l’altro, per aver partecipato alla Resistenza, arruolandosi nell’aviazione e prestando servizio nelle Forces aériennes françaises libres, dirette da de Gaulle, nonché per aver scritto Éducation europeenne, grande romanzo sulla Resistenza polacca (nel corso dell’inverno 1942-’43), la cui prima versione fu pubblicata in Inghilterra nel 1944, durante la guerra.

Egli è apprezzabile, a mio parere, anche per il rispetto e la grande considerazione del genere femminile (“Tutti i valori della civiltà sono al femminile”, scrive ne La notte sarà calma), ma anche per il precoce e profondo animalismo: una propensione, quest’ultima, che attraversa l’intera sua opera, soprattutto nella forma del tema dell’amicizia con i non-umani (in suo onore, uno dei miei gatti si chiama Gary). E’ un motivo, questo, di grande importanza, poiché – come ho già scritto ne La città dei gatti. Antropologia animalista di Essaouira (Dedalo, 2016) – potrebbe sottrarre lo stesso pensiero anti-specista al rischio di aporie, astrazioni teoretiche, irrigidimenti ideologici, per ancorarlo a una filosofia dell’esperienza, utile a trascendere le metafisiche di stampo antropocentrico.

E non solo: ciò che egli scrive nei romanzi e altrove appare oggi, al tempo della pandemia da Covid-19, di una straordinaria attualità. In un articolo dal titolo Lettre à l’éléphant, comparso a marzo del 1968 nella rivista «Le Figaro Littéraire», Gary affermava che, se noi smettessimo di sterminare gli elefanti, così come altri animali, impedendo così che essi scompaiano, forse riusciremmo a proteggere la nostra stessa specie contro le nostre azioni di sterminio. E aggiungeva che la sorte degli umani e la loro dignità “sono in gioco ogni volta che le nostre bellezze naturali – gli oceani, le foreste, gli elefanti…- siano minacciati di distruzione”.

È ciò che oggi sostengono non pochi/e scienziati/e: le emergenze epidemiche e pandemiche sono l’esito, tra l’altro, della riduzione progressiva della biodiversità e dell’abnorme predominio della specie umana sul resto delle forme viventi. All’opposto, la nostra stessa salute è un processo sistemico che include il benessere della natura, in generale, e in particolare dell’insieme degli animali non-umani. Per dirlo in sintesi con le stesse parole dello scrittore, “in un mondo fatto interamente per l’uomo, potrebbe accadere che non vi sia più posto per l’uomo”.

Avrebbe dovuto attrarre un gran numero di lettori e lettrici italiani/e la sua stessa, singolare biografia. Per illustrarla assai sinteticamente, basta dire che il grande scrittore francese, di famiglia ebraica, nato nel 1914 a Vilna, nell’Impero russo (l’attuale Vilnius, in Lituania), da adolescente intraprese un lungo, avventuroso viaggio con la madre per raggiungere la Francia, ove s’installarono a Nizza. E in Francia, dopo la Resistenza, sin dal 1945 iniziò a percorrere una brillante carriera diplomatica che poi, nel 1961, decise di abbandonare. Girò anche due film : Les oiseaux vont mourir au Pérou (1968) et Kill (1972). Conviene aggiungere che egli è stato l’unico scrittore ad aver vinto per due volte il premio Goncourt, cosa espressamente vietata dallo statuto del Premio: la prima volta, nel 1956, con lo pseudonimo abituale di Romain Gary, per Le radici del cieloLa vie devant soi.

Anche la sua vita sentimentale fu intensa e speciale. Lo fu, in particolare, il legame, coronato dal matrimonio, con l’attrice Jean Seberg, icona della nouvelle vague, dalla quale ebbe un figlio.   

Quando lei – che, negli Stati Uniti, a soli quattordici anni aveva aderito alla NAACP (National Association for the Advancement of Colored People) – da Parigi intensificò il suo sostegno, anche economico, in favore del Black Panther Party e di taluni movimenti di nativi americani, l’FBI iniziò a sorvegliarla e minacciarla, a intimidirla, calunniarla e perseguitarla in ogni modo, al punto da provocarle una grave forma di depressione. Scomparsa misteriosamente il 30 agosto del 1979, venne ritrovata cadavere nove giorni dopo: aveva quarant’anni. Secondo il referto del medico legale, probabilmente si era suicidata.

Gary, che l’aveva sempre difesa – anche dopo il divorzio – affermò, nel corso di una conferenza-stampa tenuta a Parigi il 10 settembre 1979, che la sua morte era stata, in realtà, opera dell’FBI, che aveva cercato deliberatamente di distruggerla, spingendola al suicidio. Dopo poco più di un anno, il 2 dicembre 1980, egli stesso, all’età di sessantasei anni, si suicidò con un colpo di pistola, come ho scritto più ampiamente in un altro articolo. Nel suo appartamento fu trovato un messaggio che esordiva così: “Nessun rapporto con Jean Seberg…”. Oggi quella frase ci appare come un’antifrasi…

Mi sono soffermata sulla sua biografia e sulle sue opere per mostrare quanto superficiale sia l’attuale, tardiva riscoperta italiana “di massa” di questo grande scrittore, che fu anche un personaggio assai singolare.

Probabilmente a renderla possibile è stato un filmetto, uscito nel 2020, che ne tradisce la peculiarità e la grandezza: La vita davanti a sé, ispirato dal romanzo omonimo, che, come già detto, Gary scrisse sotto lo pseudonimo di Émile Ajar, è di una mediocrità sconcertante; è tanto piatto e banale quanto il romanzo è profondo, tenero, palpitante. Tale è soprattutto se comparato con la trasposizione cinematografica francese, realizzata da Moshé Mizrahi, con Simone Signoret a interpretarne il personaggio principale: un film tanto apprezzato da vincere, nel 1977, l’Oscar per il miglior film in lingua straniera, il Premio César per la migliore attrice, il David di Donatello per la migliore attrice straniera…

Al contrario, la variante italiana, diretta da Edoardo Ponti, figlio di Sofia Loren, la quale ne interpreta il personaggio principale, coglie ben poco dello spirito e del senso del romanzo, a iniziare dal contesto, la città di Bari (con qualche scena girata a Trani), che ha assai poco a che fare con quello del romanzo: cioè il quartiere parigino di Belleville, pluriculturale per eccellenza, abitato com’era ed è, almeno dalla fine della Prima guerra mondiale, da un gran numero di persone immigrate, provenienti dai Paesi più vari.

Nondimeno, è stato dopo l’uscita del film di Ponti che la Rai-radio 3 ha preso l’iniziativa della lettura integrale, in venti puntate – dal 25 gennaio al 19 febbraio 2021 – di quello stesso romanzo, con la regia di Riccardo Amorese e la voce di Fausto Paravidino. Infine, quel che possiamo auspicare è che la voga attuale non resti effimera e superficiale, che si tramuti, anzi, in autentico interesse verso questo grande scrittore.     

 

 

fonte: https://comune-info.net/grandi-romanzi-mediocri-filmetti/