Le radici dell’antirazzismo in Italia

Il 25 agosto 1989, a Villa Literno (in provincia di Caserta), venne assassinato barbaramente da una banda di criminali razzisti il bracciante Jerry Essan Masslo: un profugo di 29 anni che, nonostante fosse stato costretto a fuggire dal Sudafrica dell’apartheid, per la legislazione italiana dell’epoca, assurdamente, non aveva diritto all’asilo.

Di conseguenza, il 7 ottobre successivo si svolse a Roma il primo grande corteo nazionale contro il razzismo, cui parteciparono ben duecentomila persone, fra le quali un gran numero d’immigrate/i e rifugiate/i. Ad aderire al corteo furono numerose associazioni antirazziste, una buona parte delle quali erano in Toscana, ma anche altri soggetti: Cgil, Cisl e Uil, Arci, Lega Ambiente, Pci, Psi, Fgci, Verdi, Verdi-Arcobaleno…

Fu anche questa grande manifestazione a incrementare l’attenzione pubblica verso il tema del razzismo e della condizione delle persone immigrate e rifugiate, nonché a creare le condizioni che avrebbero condotto alla nascita della Rete antirazzista: un’esperienza breve quanto intensa di raccordo fra associazioni antirazziste in tutta Italia, che durò dalla fine del 1994 al 1997.

Come ha scritto Sergio Bontempelli, essa “Ha svolto un ruolo fondamentale in quel periodo, poiché ha dato – per la prima volta in Italia – voce e rappresentanza politica a una miriade di piccole e significative esperienze locali. Inoltre, ha formato un’intera generazione di militanti, volontari e studiosi dell’antirazzismo, costruendo un linguaggio comune tra persone e gruppi che operavano in territori diversi”. https://sergiobontempelli.wordpress.com/2008/03/31/dieci-anni-fa-la-rete-nazionale-antirazzista-di-moreno-biagioni/.

C’è da aggiungere che, anche grazie all’adesione d’intellettuali e studiose/i del razzismo, a caratterizzare la Rete fu, tra l’altro, ciò che Dino Frisullo soleva definire “Fare inchiesta lottando”.

Come ricorda Moreno Biagioni, “la riunione che dette avvio al vero e proprio processo costitutivo della Rete si svolse a Pisa nei primi mesi del 1995. Ad essa seguirono altre tre assemblee nazionali in Toscana, ma la Rete ebbe il suo battesimo il 6-8 ottobre 1995, a Napoli – nella Napoli del sindaco Bassolino – quando, dopo due giorni di confronto tra le varie realtà presenti, si varò un documento-base e una prima forma di coordinamento nazionale”.

Ad aderire alla Rete Antirazzista furono ben 140 associazioni e gruppi di base di tutta Italia.

Nel documento d’intenti, presentato in forma di bozza nel corso dell’assemblea nazionale di Napoli così scrivevamo:

 “La Rete, decentrata e plurale, ha per scopo far circolare conoscenza, elaborazione, informazione; offrire visibilità e rilievo nazionale alle esperienze locali, informare sulle dinamiche istituzionali, costruire un comune orientamento e un comune linguaggio dell’antirazzismo. La Rete deve promuovere conoscenza e dibattito sui temi relativi alla condizione degli immigrati, degli ‘zingari’, dei rifugiati e su quelli dell’uguaglianza dei diritti e della cittadinanza, ma anche approfondire e far circolare l’analisi delle forme del razzismo contemporaneo, la conoscenza delle culture altrui, la riflessione sui processi di métissage culturale”.

Fu anche grazie a Dino se riuscimmo a realizzare una tale Rete, che, per quanto di breve durata, resterà l’unica esperienza di coordinamento fra un gran numero di associazioni di dimensione regionale, provinciale, cittadina, in svariate parti d’Italia.

Fu un’esperienza che Dino, io e altre/i non abbiamo mai smesso di rimpiangere, poiché fu caratterizzata da un antirazzismo tanto còlto quanto radicale, che anticipò di molti anni analisi, temi e rivendicazioni che oggi qualcuna/o crede siano inediti: le persone migranti, profughe, rifugiate quali soggetti esemplari del nostro tempo, la critica alla vulgata differenzialista allora in voga, il tema della cittadinanza europea di residenza, la battaglia per il diritto di voto e la civilizzazione delle competenze sul soggiorno, la severa critica ai Centri di permanenza temporanea e ad altre pecche della legge detta Turco-Napolitano.

Comparato con l’antirazzismo tanto radicale quanto còlto che caratterizzò la Rete antirazzista, quello attuale manifesta talvolta una notevole povertà intellettuale. Uno degli esempi più lampanti, a mio parere, è costituito dalla tendenza, che ormai coinvolge anche movimenti, associazioni, perfino talune/i studiose/i, ad adoperare ossessivamente il lemma odio quale presunto movente degli atti di razzismo, verbali e fattuali, ma anche, in fondo, per nominare il razzismo stesso: sovente ridotto a semplice intolleranza o a questione di scorrettezza verbale (nominata con il dilagante e ormai ufficiale hate speech). Il che è una spia del decadimento della riflessione e dell’analisi su tale fenomeno, che pure è sempre più diffuso, incalzante, inquietante, nonché sempre più incrementato e legittimato da governi e altre istituzioni.

Della Rete fummo portavoce Dino, io e Udo Enwereuzor (che poi sarebbe stato sostituito da Andrea Morniroli). Inizialmente vi aderirono perfino grandi organizzazioni come la Cgil e l’Arci, le quali, prevedibilmente, se ne allontanarono allorché il “governo amico” (il Prodi-uno) si apprestava a varare la già citata, famigerata legge, Turco-Napolitano (la n. 40 del 6 marzo 1998).

Era una legge che, tra l’altro, istituiva i Cpta (detti abitualmente Cpt). Dapprima nominati, con un assurdo eufemismo, Centri di permanenza temporanea e assistenza, poi, più realisticamente, saranno detti Cie (Centri di identificazione e di espulsione) e più tardi, con il decreto-legge n°13 del 2017, assumeranno la denominazione di Cpr (Centri di permanenza per i rimpatri).

In conclusione, con la legge Turco-Napolitano s’istituiva, per la prima volta in Italia, la detenzione amministrativa di persone immigrate “non regolari”: quale strumento ordinario, non convalidato dall’autorità giudiziaria, dunque in aperta violazione della Costituzione.

Fin dalla loro apertura i Cpt avrebbero ucciso loro “ospiti”. A partire dalla notte di Natale del 1999, ne morirono sette in tre giorni, tutti cittadini tunisini: uno, Mohamed Ben Said nel Cpt di Ponte Galeria, dove non avrebbe dovuto essere internato; gli altri arsi vivi nel corso di un incendio nel Cpt “Serraino Vulpitta”, a Trapani.

Già due anni prima, nel 1997, la Rete Antirazzista, prevedendo che la Turco-Napolitano non sarebbe stata quella meraviglia di cui si favoleggiava, elaborò tre proposte di legge d’iniziativa popolare, il cui contenuto ancor oggi appare assai avanzato. Ne elenco sinteticamente i punti essenziali: il trasferimento dalle Questure agli enti locali delle competenze in materia di soggiorno; il riconoscimento del diritto di voto a tutti/e i/le cittadini/e stranieri/e residenti in Italia da almeno cinque anni; la riforma del regime giuridico relativo alla cittadinanza italiana.

Quest’ultima era così concepita: “E’ cittadino italiano per nascita chi è nato nel territorio italiano, anche se figlio di genitori ignoti, apolidi o stranieri, senza distinzione tra comunitari ed extracomunitari”; “Può acquisire la cittadinanza italiana l’apolide o lo straniero, comunitario o extracomunitario, che risieda ininterrottamente da 5 anni nel territorio italiano”; “Chi ottiene la cittadinanza italiana può conservare quella di origine’”.

Per portarle in parlamento, avremmo dovuto raccogliere ben 50.000 firme nell’arco di tre mesi. Ma – inutile dirlo – anche grazie alla defezione delle amiche del “governo amico”, cioè Arci e Cgil (ma anche Rifondazione comunista fu alquanto tiepida, pur essendo nel cartello promotore), non riuscimmo a raggiungere il numero necessario; e dunque a impedire il varo di una legge che avrebbe poi aperto la strada alle aberrazioni della legge detta Bossi-Fini.

Oggi, di fronte allo stillicidio quotidiano di esodi che hanno come epilogo la morte in mare di centinaia di profughi o il forzato ritorno alle tragedie e alle persecuzioni da cui hanno tentato la fuga, ci sorprendiamo a pensare: certo, il frenetico attivismo di Dino Frisullo e della Rete antirazzista, non riuscirebbe, da solo, ad aver ragione della nostra debolezza politica e della rozza e feroce arroganza degli imprenditori politici del razzismo.

Eppure quanto ci mancano e quanto ci sarebbero preziosi, proprio in questo momento, le decine di comunicati al giorno di Dino, che arrivavano in ogni redazione e in ogni angolo d’Italia, la sua inflessibile, talvolta irritante, caparbietà cui nessuno riusciva a sfuggire, il suo ostinato lavoro da vecchia talpa che scova, porta alla luce e denuncia ingiustizie e crimini contro i dannati della terra, la sua capacità di opporre dati, cifre, fatti alle pataccate dei praticanti della xenofobia e del razzismo.

Dino, intanto, fra i molti impegni politici, aveva sposato anche la causa della liberazione del popolo curdo. A tal punto che quando, tra il 1996 e il 1997, cominciarono ad arrivare sulle coste del Sud d’Italia barconi pieni di profughe/i curde/i, due di essi riportavano sulle fiancate il suo cognome, sia pure scritto in modo impreciso.

Si era al tempo del primo “governo amico” (il Prodi I) e la voce fuori dal coro della Rete antirazzista sarà presto messa a tacere.  Incredibilmente (o indegnamente, sarebbe più giusto dire), nel 1998, proprio mentre Dino era recluso nel carcere speciale di Diyarbakir, con l’imputazione di “istigazione alla rivolta per motivi linguistici, religiosi o etnici”, alcune/i della Rete Antirazzista pensarono bene di convocare un’assemblea nazionale per il 17-19 aprile 1998: stranamente a Lecco, nel più profondo Nord leghista.

E lì l’assemblea decise a scarsa maggioranza lo scioglimento dell’unico coordinamento antirazzista ampio, diffuso e unitario che vi fosse mai stato in Italia. Il quale aveva praticato un antirazzismo colto, radicale e militante, che riuscì a unificare il massimo di ciò che poteva essere unito, che anticipò di molti anni temi che solo oggi qualcuna/o scopre, quasi fossero una novità assoluta: i/le migranti quali soggetti esemplari del nostro tempo e la cittadinanza transnazionale, solo per fare un paio di esempi.

E tuttavia, come scrivevo nel documento proposto e discusso nell’assemblea nazionale di Lecco, “il fatto che le campagne per la raccolta delle firme per le tre leggi d’iniziativa popolare si siano rivelate come una fuga in avanti, nulla sottrae alla validità e alla stringente attualità degli obiettivi che intendevamo proporre (…). Gli obiettivi del diritto di voto e della civilizzazione delle competenze devono essere rilanciati, pur con forme e modi differenti, poiché è qui che si misura la differenza fra una concezione egualitaria e democratica dell’integrazione e una concezione paternalistico-integrativa”.

Uno dei tanti, grandi meriti di Dino Frisullo è stato quello di aver colto perfettamente che il senso della “grande storia” può essere rintracciato nelle “piccole storie” di dominazione, oppressione, discriminazione di una popolazione, di una minoranza, di un gruppo, ma anche nell’infelicità e nei drammi di ciascuna/o dei suoi membri, di ogni profuga/o, di ogni migrante, di ogni oppressa/o: la vicenda “minore” di un/a profugo/a morto/a, soffocato/a nella stiva di una nave può dirci del mondo attuale più di un freddo saggio di geopolitica.

Da lui ho appreso, più di quanto non abbia appreso dalla mia formazione accademica e dalla mia esperienza di ricerca sul campo, che per comprendere la “questione” palestinese o quella curda, il “fenomeno” dell’immigrazione e degli esodi contemporanei, il “problema” delle persone profughe e di quelle rifugiate che, per andare al di là delle visioni convenzionali, anche le più dotte e scientifiche, bisogna abbandonare lo sguardo che esteriorizza e oggettivizza, e cercare d’assumere lo sguardo del palestinese, del curdo, del migrante, del rom, del profugo, del rifugiato.

P.S. Questo mio scritto è una rielaborazione del mio contributo al volume collettaneo In cammino con gli ultimi. Dino Frisullo storia di un militante avido di conoscenza e d’amore, vissuto e morto povero e curioso, pubblicato in occasione del ventennale della sua scomparsa. Riproporlo mi è sembra un sia pur piccolo contributo a perpetuarne la memoria. 

 

 

fonte: https://comune-info.net/le-radici-dellantirazzismo-in-italia/