I forzabuddisti

Il buddismo, come si sa, gode nei paesi europei di un certo seguito e anche di certa tolleranza, ben lontana dall’antipatia, l’ostilità e il rifiuto di cui sono oggetto l’islamismo, ça va sans dire, e finanche talune confessioni cristiane non cattoliche. Il che è un’ulteriore smentita, se mai ve ne fosse bisogno, del pregiudizio secondo il quale a rendere indigeste in Occidente certe religioni, e la musulmana in specie, sarebbero il loro esotismo e la loro estraneità alla tradizione giudaico-cristiana. Dalla quale non si può immaginare niente di più lontano della corrente giapponese del buddismo Mahayana. Eppure in Italia è proprio un’espressione di tale corrente, la Soka Gakkai, ad occupare il primo posto nel movimento buddista. Forte di almeno trentamila adepti -un numero più alto della somma dei membri di tutti gli altri gruppi buddisti- e resa prestigiosa dall’adesione di celebrità quali Sabina Guzzanti e Roberto Baggio, la Soka Gakkai si appresta a conseguire quell’intesa con lo Stato italiano (sarebbe la prima volta in Europa per questo movimento) che le consentirà, fra l’altro, di accedere alla non irrilevante risorsa dell’8 per mille. Sarà questa discesa dai cieli della meditazione e del perfezionamento spirituale alla terra della politica, del riconoscimento istituzionale e del conseguente accesso a risorse finanziarie che ha fatto entrare in crisi la Soka Gakkai? Sembra infatti che attualmente l’associazione buddista sia attraversata da conflitti, polemiche e minacce di scissione. Lo testimoniano le numerose e-mail scambiate fra i suoi adepti nonché un circostanziato articolo pubblicato dalla Critica Sociologica (n.141, primavera 2002) a firma di M. Immacolata Macioti, la sociologa che ha a lungo studiato «dall’interno» la Soka Gakkai e pubblicato libri su questo argomento (Il Buddha che è in noi, Seam 1996; Sutra del Loto, Guerini 2001).

Come spesso accade ai nuovi movimenti religiosi, a una fase più o meno breve di entusiasmo ed effervescenza «di base», segue quella del consolidamento di leadership che non poche volte cercano di imporre una svolta autoritaria e dogmatica, che a sua volta prelude o si accompagna al perseguimento di interessi squisitamente mondani. Questa tendenza -intrinseca, come ci ha insegnato Max Weber, alla dinamica dei movimenti religiosi- non può che essere rafforzata, oggi, da un contesto politico fra i più infelici della storia repubblicana: il berlusconismo, malattia senile del capitalismo, con la sua miscela perversa di vocazione imprenditoriale perseguita con volgarità da parvenus e autoritarismo dal volto più o meno paternalistico, finisce per contagiare anche ambiti della società a torto considerati impermeabili alla politica politicienne. E infatti si dice che una delle ragioni del disagio attualmente vissuto dalla Soka Gakkai e dell’ampio disaccordo rispetto alla sua leadership espresso da una fetta consistente di adepti risieda nello stile autoritario e verticistico e nelle simpatie berlusconiane di alcuni suoi dirigenti, che cercherebbero di imporre al movimento stile e principi del tutto estranei al buddismo: il principio dell’obbedienza, la stigmatizzazione del dissenso e della critica, la regola dell’ipse dixit. Ma se si guarda a questo movimento con occhio esterno e disincantato non si può non considerare che probabilmente il clima politico-culturale attuale non ha fatto che rafforzare tendenze intrinseche e latenti. Infatti, come scrive un ex adepto in una delle tante e-mail che hanno reso visibile il dissenso, la Soka Gakkai è ab origine una realtà a due facce, l’una paternalistica, l’altra autoritaria, entrambe incarnate da Ikeda, il leader che dalla casa-madre in Giappone dirige l’intero movimento mondiale: una specie di patriarca circondato da un’aura di sacro rispetto e di adorazione, se non di timore. Il rapporto maestro-discepolo, che è il cardine del movimento, aggiunge sconsolato l’ex, rende impossibile qualsiasi riforma della Soka Gakkai: dai suoi membri si pretende l’acritica accettazione di ogni disposizione che piova dall’alto.

Nel caso della Soka Gakkai vi sono, inoltre, elementi intrinseci alla fondazione e alla dottrina tali da favorire tendenzialmente derive autoritarie e affaristiche. Per cominciare, lo stesso Nicheren Dashonin, il monaco giapponese vissuto nel XIII sec. cui si richiama il movimento, è una figura singolare nel panorama buddista per la violenza verbale, il tono profetico, lo spirito esclusivista. E i leader dei gruppi buddisti che a lui si richiamano, come scriveva Giovanni Filoramo in un libro del 1986 (I nuovi movimenti religiosi), «si presentano nelle vesti di profeti ispirati, portavoce attuali di una serie di illuminati che, attraverso Nichiren, pretende di risalire fino al Buddha». Non è irrilevante poi che l’associazione presieduta da Ikeda, l’indiscusso leader mondiale, possieda l’esclusiva – il copyright, si potrebbe dire- delle matrici di legno da cui si traggono i gohonzon individuali, gli oggetti di culto per eccellenza, consistenti in un’iscrizione calligrafica attribuita a Nichiren. Da Ikeda dipende dunque in definitiva il potere di conferire ciò che fa di un individuo un adepto della Soka Gakkai.

Si aggiunga il carattere notevolmente semplificato della teologia di questo movimento, ben lontana «dalle sottigliezze logiche e teologiche delle scuole buddiste», come scriveva ancora Filoramo, carattere che agevola l’uso razionale e alquanto spregiudicato delle tecniche della comunicazione e della pubblicità, e ci si renderà conto di come sia possibile la torsione in senso verticistico e autoritario. Che questa torsione sia funzionale a un progetto di controllo anche politico non si può affermare con certezza ed è in fondo secondario. Ciò che invece sembra tanto certo -a giudicare dalle testimonianze di decine e decine di seguaci o ex seguaci- quanto paradossale per un movimento che si presenta come alfiere dei diritti umani è il fatto che, per responsabilità di una parte della leadership attuale, si sia instaurato un regime di processi sommari agli adepti dissidenti, di metodi coercitivi, intimidazioni e minacce, compresa la più grave per un adepto, vale a dire quella del ritiro del gohonzom. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Ma un berluscobuddismo prima d’ora non s’era mai visto.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2002020648