La messa in scena della varietà culturale

Va in libreria in questi giorni per le Edizioni Dedalo L’imbroglio etnico, una raccolta di dieci piccoli saggi, sempre introdotti da una parola chiave, scritti dallo storico francese René Gallissot e dall’antropologa italiana Annamaria Rivera. Ne anticipiamo in queste pagine due brevi passaggi.

ANNAMARIA RIVERA

C ONTRO la retorica del culturalmente autentico – che è ampiamente presente anche nel dibattito sul pluralismo culturale nelle società europee, ma che è anche spesso messa al servizio della pubblicità, della produzione e del consumo di massa – occorrerebbe rovesciare la nozione di autenticità: autentico è ciò che è più vicino a un modello supposto come originario, tradizionale, autoctono oppure ciò che, pur in forme mutevoli, contaminate, meticce, si incarna e agisce nel sociale, nella vita reale e concreta degli individui e dei gruppi, nei contatti incessanti fra gli uomini e le donne di ogni origine?

In più, ciò che passa per culturalmente autentico spesso non è altro che il risultato di un processo di folklorizzazione delle culture esotiche o tradizionali, ridotte a pochi elementi decontestualizzati e spesso mummificati: i rituali sioux o zuni messi in scena sul palcoscenico dei teatri parigini o la musica mandinga, zulu, kanak venduta dall’industria discografica, pur eventualmente apprezzabili sul piano estetico e artistico, non sono più autentici delle culture, contaminate, sincretiche, meticce, nate dalle diaspore prodotte dalle immigrazioni.

Le società industriali moderne sono grandi fabbriche dell'”autenticità”. E, più in generale, il processo di “invenzione del passato e della tradizione” ha accompagnato decisivi momenti di passaggio e di modernizzazione delle società. La società capitalistico-occidentale proprio nel momento in cui attentava, con le imprese coloniali, alle culture esotiche e distruggeva, con l’industrializzazione, le culture contadine, andava producendo nel suo seno la nostalgia di un’autenticità e di un passato più immaginari che reali; e si dava gli strumenti per catalogare e conservare nei musei le tracce delle culture che andava distruggendo. I neotradizionalismi attuali, la voga e il consumo del tradizionale, dell’autentico, dell’esotico sono parte di tale processo di costruzione sociale del passato e della tradizione.

Al processo di folklorizzazione delle culture esotiche talvolta contribuisce involontariamente quell’insieme di discorsi e di pratiche pedagogiche che va sotto il nome di interculturalità. La superficiale “messa in scena” della varietà culturale, che colloca le culture una accanto all’altra e spesso riduce la differenza culturale a differenza fra appartenenze religiose oppure a diversità di costumi, intesi nel senso più esteriore (l’abbigliamento, la cucina, la musica, la danza…), più che favorire la comunicazione, lo scambio, la reciproca relativizzazione culturale finisce talvolta per riprodurre stereotipi e luoghi comuni. Fra questi, l’idea che l’identità culturale degli altri – in questo caso gli immigranti – in rapporto a noi sia apprezzabile unicamente in virtù di un asse di demarcazione etnico, nazionale, religioso; e non anche in base a criteri quali l’istruzione e la professione, l’appartenenza di classe, di genere, di generazione.

Anche in un’ottica antropologica, e non solo sociologica, tali elementi sono rilevanti, poiché concorrono a determinare identità individuali e collettive, modi e stili di vita, universi ideologici e simbolici variegati, talché si potrebbe affermare che l’individuazione di una cultura popolare o borghese, degli uomini o delle donne, dei giovani o degli adulti non sia più arbitraria dell’approccio che considera le culture solo in base a fratture etnico-religiose. (…) Assai sovente, per spiegare le difficoltà di inserimento degli immigranti nelle società europee e le tensioni e i conflitti che impediscono una pacifica convivenza, viene invocata la distanza culturale. E questa, a sua volta, è spesso abusivamente ridotta alla differenza religiosa: in ogni “arabo” si tende a vedere un musulmano, se non un integralista (i due termini vengono spesso considerati coincidenti o interscambiabili), supponendo che un “arabo” debba necessariamente essere un credente o un praticante.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/1997021491