Le pene dell’immigrazione

L’OPINIONE di ANNA MARIA RIVERA *

D ELLE due l’una: o una parte ragguardevole di società civile (giuristi democratici, componenti dell’associazionismo cattolico e laico, un ampio settore dell’antirazzismo) esprime giudizi estremistici (l’accusa di estremismo è tornata in voga); oppure la legge sull’immigrazione effettivamente alcuni problemucci li solleva.

Continuare ad occultarli dietro la retorica della legge “tra le più avanzate d’Europa” può essere autoconsolatorio per le forze politiche di sinistra le quali -chi obtorto collo , chi in perfetta convinzione -hanno scelto “realisticamente” di non forzare più di tanto gli “umori profondi” della società italiana e i precari equilibri governativi, ma non serve a comprendere quale intrico di nodi irrisolti e di questioni spinose ci lascia in eredità quella legge. Non solo perché essa demanda a successivi provvedimenti attuativi numerosi articoli, ma anche perché l’incoerenza e la farraginosità del testo renderanno incerte e controvertibili la sua interpretazione e applicazione. A rendere problematica quella legge non vi sono solo questioni formali, ma anche e soprattutto gravi fatti di sostanza: il diniego del diritto di voto nelle amministrative, la riesumazione del criterio del censo nella definizione dei diritti, in alcune parti perfino l’arretramento rispetto alla vecchia normativa, la violazione dello stato di diritto, la palese incostituzionalità di alcuni articoli.

Macroscopicamente illegittimo, in particolare, è l’inedito istituto giuridico della “detenzione amministrativa” (i campi di custodia per gli espellendi), che viola i principi costituzionali e il diritto universale all’ habeas corpus , e in definitiva si configura come un escamotage per criminalizzare, sotto altra specie, l’ingresso illegale. Si è più volte detto, da parte dei suoi critici, che questa legge fa una rigida distinzione fra immigrati “buoni” e immigrati “cattivi”: occorrerebbe aggiungere, come più volte hanno rimarcato i giuristi democratici, che essa infine fa anche dell’immigrato “buono” un quarto cittadino, sempre sub judice , destinato a vivere sotto un regime di polizia pur all’interno di uno stato di diritto.

Va ricordato che il permesso di soggiorno è revocabile allorché, per esempio, a giudizio di qualche poliziotto, il cingalese evocato dal responsabile immigrazione del Pds si trovi a non avere più sufficienti mezzi di sussistenza per sé e la sua famiglia, evenienza assai più frequente fra i cingalesi, maghrebini, bengalesi, peruviani, senegalesi che non fra gli americani e i giapponesi… E basta pensare a quali insidie nasconda la carta di soggiorno a tempo indeterminato, sbandierata come la conquista più importante di questa legge: carta non rilasciabile o revocabile nel caso in cui lo straniero sia stato condannato, anche non definitivamente , per reati tutto sommato minori. Contro tutto questo lo straniero non ha in realtà alcuna garanzia di tutela legale: comunque espellibile è anche chi presenti ricorso contro un provvedimento di espulsione che giudica illegittimo. Certo, non è tutto perduto: la battaglia per il diritto di voto va ripresa con più convinzione che nel passato e con la consapevolezza che è lì che si misura la differenza fra una concezione egualitaria e democratica dell’integrazione e una concezione paternalistico-caritativa. E immediatamente occorre impegnarsi (con meno fiducia nel “governo amico” e più iniziative dal basso) per un’ampia sanatoria che sottragga i duecentomila irregolari ad una clandestinità più pesante che nel passato o alla prospettiva, assai realistica, dell’espulsione.

* Rete Antirazzista

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/1998004843