L’Italia del grande cinema rimuove il nostro razzismo

Perché la filmografia italiana più recente non sa rappresentare gli Altri? Perché continua ad essere efficace quando racconta l’emigrazione italiana (si pensi all’intenso «Nuovomondo» di Crialese) e per lo più fallisce quando si cimenta con l’impresa di narrare l’immigrazione in Italia? Com’è possibile che ancor oggi, dopo un trentennio di ricerca storiografica sulle guerre coloniali italiane, i rarissimi film nostrani che osino rompere il silenzio su questo tabù nazionale finiscono per avallare la favola di un’Italia coloniale mite e bonaria? E ciò, mentre ancora sulla lista nera è «Il Leone del deserto», il film del 1979 di Mustafa Akkad sull’eroe nazionale libico, Omar el Muktar, impiccato dopo un processo-farsa: un’opera che – malgrado il cast eccezionale: Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, Gastone Moschin, Raf Vallone, John Gielgud – è ancora bandita dalle sale cinematografiche italiane perché reputata «oltraggiosa» verso le forze armate.

Non sono domande retoriche, se non altro perché ben pochi – anche fra gli specialisti e gli intellettuali – sono coloro che se le pongono. Il solo fatto d’avanzare dubbiosamente questi interrogativi ti espone, infatti, all’accusa di settarismo e pedanteria: nel nostro paese il diritto all’esercizio della critica, soprattutto in campo cinematografico, è un diritto limitato. Quando poi si tratta di opere partorite da milieu «progressisti» – come si sarebbe detto un tempo – è ancora più arduo avanzare critiche: il conformismo di sinistra non è meno tetragono di quello di destra.

Che il tema sia l’immigrazione («Quando sei vivo non puoi più nasconderti», di Giordana, «Saimir» di Munzi, per fare solo due esempi) oppure una pagina della storia coloniale italiana («Le rose del deserto» di Mario Monicelli), una cifra comune salta agli occhi, perlomeno a quelli di chi abbia dimestichezza con le rappresentazioni dell’alterità: l’esteriorità dello sguardo rivolto agli Altri, l’irriflessa tendenza ad oggettivarli secondo le proprie categorie e cliché, in definitiva la difficoltà a raffigurarli come complessi e pienamente umani al pari di «Noi». Tanto da farti rimpiangere gli onesti «Pummarò» di Placido e «Lamerica» di Amelio, che sembrano ormai appartenere ad un tempo lontano e forse migliore.

Perfino l’opera del grande e amato maestro Monicelli sembra concedere qualcosa a convenzionali cliché orientalisti (per usare la categoria di Edward Said). In continuità con l’iconografia orientalista è Aisha, l’unico personaggio femminile di rilievo: sottomessa e segregata nella prigione del velo e della tribù, misteriosa e seducente, proibita e desiderabile, una volta ripudiata non può che finire dietro le sbarre di un bordello… L’estraneità degli Altri, la loro riduzione ad alterità assoluta sono rivelati, fra l’altro, da un dettaglio: il cuscus non è la comune semola di grano, condivisa in tutto il Mediterraneo e oltre, ma «un nostro cereale», come spiega un indigeno ai soldati italiani.

E non bastano i felici tocchi da maestro, quale Monicelli è, i gustosi siparietti comici e i momenti di drammatica intensità, esaltati all’ottima interpretazione di Michele Placido, ad attenuare l’impressione che il film non sappia del tutto sottrarsi alla vetusta retorica di «italiani, brava gente». Oppressi anche quando sono oppressori, quei soldati risultano «umani, troppo umani», tanto quanto i libici sono imbalsamati e semplificati nel loro irriducibile esotismo. Sono tanto compassionevoli, complessi, tormentati, divertenti gli italiani, quanto i tedeschi sono inflessibili, crudeli, pronti ad eseguire gli ordini più criminali. E così si rischia – speriamo involontariamente – di legittimare i vecchi miti del colonialismo italico dal volto umano, scevro da razzismo e violenza, e dei poveri italiani trascinati in guerra da quel pazzo di Hitler.

Si aggiunga che la retorica innocentista è aggiornata alla luce di problematiche e luoghi comuni del presente: nel film risuona incongruamente l’eco dei topoi correnti dell’islam misogino, delle «missioni umanitarie», della democrazia imposta con la guerra (un maggiore dell’esercito fascista che proclama «siamo venuti a portarvi la democrazia» è piuttosto inverosimile: allora si parlava se mai di recare la Civiltà ai selvaggi).

Certo, il film s’ispira volutamente al «Deserto della Libia» di Mario Tobino e al «Soldato Sanna» di Giancarlo Fusco. Gli sceneggiatori, tuttavia, avrebbero potuto consultare anche qualcuna delle corpose e documentate opere storiografiche dedicate al colonialismo italiano in Libia. In tal modo avrebbero potuto almeno alludere, sullo sfondo della vicenda, ai crimini orrendi – le deportazioni, i lager, l’uso di gas letali, i massacri, il genocidio – di cui esso si è macchiato, invece di annacquare le responsabilità del regime mussoliniano nel personaggio farsesco di un generale che ha preso sul serio la propaganda fascista.

La violenza, il razzismo, le stragi che hanno accompagnato l’esperienza coloniale italiana – non effimera, come invece si tende a sostenere – sono pagine non ancora integrate nella storia nazionale, anzi rimosse o negate, in nome del mito, fortemente radicato nell’immaginario collettivo, che parla dell’atipicità della vicenda coloniale italiana. Basta dire che un paio d’anni fa a Roma fu esposta al pubblico una mostra – patrocinata dallo stato maggiore dell’esercito e da ben tre ministeri – sul contributo delle truppe collaborazioniste eritree alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Nessuno, per quel che ci risulta, protestò contro quell’iniziativa apologetica del colonialismo e di stampo razzista.

L’indulgenza verso se stessi, il rifiuto di riconoscere le proprie responsabilità, la tendenza a proiettare sugli altri i propri difetti e le proprie colpe – l’infantilismo, in definitiva – sono tratti salienti del carattere nazionale. Essi spiegano – insieme a corpose ragioni storiche – perché la rimozione della vicenda coloniale perduri ancor oggi, malgrado i lodevoli sforzi di un certo numero di storici.

Se non si è capaci di fare i conti con il passato colonialista e razzista, come si può riconoscere il razzismo e il neocolonialismo attuali? Rimosso, negato o rivendicato con orgoglio, quel passato non può che permanere come retaggio – talvolta irriflesso – di luoghi comuni, stereotipi, pregiudizi che agiscono fortemente nel presente e condizionano anche le politiche dell’immigrazione. Così, un’oggettiva continuità si stabilisce fra l’opera di un regista che raffigura come filantropo e umanizzatore di Cpt un prete pluricondannato e la retorica governativa attuale che parla di umanizzazione dei lager per migranti.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003101282