Vite di «sans papiers» nelle regioni italiane

Lo ammettiamo: Viaggio nell’Italia dell’immigrazione (Roma 2007), libro che prende spunto dagli incontri nelle regioni del ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero, è una piccola sorpresa. Ci aspettavamo una pubblicazione convenzionale, ingessata, autoincensatoria; questa ha invece uno stile quasi-etnografico, costruita com’è con il contributo delle associazioni che lavorano sul campo. Comparsa come supplemento del settimanale «Vita» (cosa che farà storcere il naso a più d’un lettore) e curata da Elisa Cozzarini, disegna un quadro complesso e realistico dell’immigrazione, così da sottrarsi sia alle rappresentazioni miserabiliste e compassionevoli, sia all’eufemismo e all’ottimismo di facciata di certi discorsi ufficiali.

Gran parte del volume è infatti costruita intorno al racconto delle condizioni di vita e di lavoro dei migranti e all’illustrazione delle esperienze nei territori: progetti d’autopromozione e di comunicazione interculturale, forme di partecipazione e d’autorganizzazione politica, creazione di piccole imprese. Non manca il racconto di casi drammatici: le condizioni semi-schiavili dei braccianti sans papiers in Campania, la tratta e lo sfruttamento sessuale nella Val Vibrata, in Abruzzo, la condizione penosa dei rifugiati in Puglia e lo scandalo del campo di Bari-Palese, i frammenti di vite da rom in Sardegna, fra segregazione estrema e ansia di riscatto.

Per ogni regione è messo a fuoco un tema principale, non perché specifico di quel territorio ma perché il modo in cui lì si manifesta può illuminarne il senso generale. La narrazione è per lo più in prima persona: i frammenti di storie di vita di migranti percorrono infatti l’intero volume e solo una parte minima è occupata dalle voci istituzionali, fra le quali gli interventi della sottosegretaria Cristina De Luca e dello stesso Ferrero, che vi anticipa in sintesi le linee della legge-delega sull’immigrazione, oggi divenuta testo ufficiale.

La legge, scrive il ministro, intende incrementare le possibilità di ingresso legale, favorire l’inclusione dei migranti potenziando l’accesso ai diritti sociali, promuoverne la partecipazione politica, cominciando dal diritto di voto amministrativo, inaugurare il progetto del superamento del diritto speciale, esemplarmente rappresentato dai Cpt. Nel pensiero di Ferrero, il testo di legge si colloca nella prospettiva di superare la gestione emergenzialista e sicuritaria dell’immigrazione, per restituirle la sua valenza sociale; ed è un tassello della costruzione di un modello «terzo» di inclusione che coniughi uguaglianza e riconoscimento della pluralità culturale, trascendendo così i paradigmi assimilazionista e multiculturalista. Ora che ne conosciamo il testo, possiamo affermare che i lodevoli sforzi di Ferrero si sono in parte concretati nel disegno di legge, che è il frutto di un inevitabile compromesso con visioni divergenti. Esso contiene, certo, corpose correzioni delle parti più scandalose e vessatorie della Bossi-Fini ed alcune aperture nel senso da lui voluto, ma non è la legge più avanzata che si potesse concepire.

Il ministro Ferrero ha, fra le altre, la dote della franchezza: ha sempre onestamente dichiarato urbis et orbis che, dati gli attuali equilibri politici e governativi, non c’era da aspettarsi una rivoluzione copernicana delle politiche dell’immigrazione. Ora spetta al movimento antirazzista riprendersi la parola, dopo lo stordimento da sindrome del governo-amico: se ritroverà spirito unitario, chiarezza d’intenti, capacità di scendere in piazza, potrà forse determinare mediazioni ed equilibri più avanzati.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003107659