La mutazione italiana

A chi avesse un minimo di capacità di analizzare i simboli basterebbe l’immagine di Renata Polverini che in piazza, a un passetto dalla vittoria, esibisce corna e cornetto rossi.

Vi è rappresentato perfettamente il volto plebeo e provinciale della schiacciante vittoria della destra, non solo nella regione Lazio. Dunque, sarebbe sufficiente soffermarsi su quella foto per cogliere la mutazione antropologica subita dalla società italiana.

Una mutazione che ingloba anche il rigurgito del passato: il ritorno di tratti tipici della biografia del paese – il qualunquismo, il plebeismo, l’individualismo, la noncuranza della democrazia, la debolezza del senso civico, il disprezzo della cultura e degli intellettuali – nella cornice delle trasformazioni strutturali della surmodernité neoliberista e globalizzata, e delle reazioni ad essa.

Il leghismo è, infatti, anzitutto reazione alla globalizzazione: esaltazione del localismo e del protezionismo, sollecitazione dello spirito plebeo, rifiuto della pluralità culturale, socializzazione del rancore popolare, capacità d’indirizzarlo verso capri espiatori.

Le ragioni della disfatta del centrosinistra e ancor di più della sinistra che si vuole alternativa, con l’eccezione del risultato pugliese, stanno anzitutto nell’incapacità di comprendere e analizzare questa mutazione. Non aver capito o voluto capire a suo tempo che la Lega Nord andava esercitando una pedagogia di massa e per le masse è il peccato più grave della sinistra. Gli operai votano per la Lega Nord non malgrado sia, ma esattamente perché è l’imprenditore della xenofobia, che promette di difendere i loro interessi contro quelli dei meteci.

Ma questa tesi, che a noi sembra elementare, evidentemente non lo è per le forze di sinistra, con piccole eccezioni. Altrimenti, e se non altro per questo, avrebbero assunto la battaglia antirazzista come strategica, come uno dei due perni -l’altro è la difesa dei diritti di tutti i lavoratori, cittadini e meteci- per tentare forme di ricomposizione di classe, come si sarebbe detto un tempo. Non aver contrastato la Lega Nord col cercare di costruire un’altra narrazione e un’altra pedagogia, averla sottovalutata o perfino compiaciuta e imitata ha significato il risultato odierno, vale a dire la realizzazione della convergenza fra la società dello spettacolo e la società dei «padroni a casa nostra», fra la potenza mediatica del partito berlusconiano e il radicamento di massa dell’imprenditore politico del razzismo.

Si tratta di una convergenza oggettiva fragile, paradossalmente foriera di lacerazioni. La secessione del Nord (non più solo del Nord Est) non ha più bisogno d’essere proclamata o minacciata: sta nei fatti. Il Piemonte, la regione-simbolo della storia operaia, oggi governata da un avvocato leghista, racconta non solo delle trasformazioni subite dalla classe operaia, ma anche della forza egemonica della cultura leghista, al di là della stessa Lega Nord.

«Sì, il nostro mondo si è rianimato, sento che i nostri argomenti hanno di nuovo presa. Il Paese è stanco dell’eterna vicenda berlusconiana». Così dichiarò Bersani alla vigilia dei risultati elettorali. Una lungimiranza impressionante, non c’è che dire. E allora un compito basilare che spetterebbe alla sinistra è anzitutto curare la propria sindrome delirante: il delirio è, propriamente, la perdita del senso della realtà. Poi tornare ad osservarla, la realtà, prenderne atto, provare ad analizzarla. Per cambiarla, almeno un poco.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003162995