Una barbarie che parla alla sinistra

Se almeno a sinistra si fosse capaci di fare esercizio di decentramento, forse si coglierebbero la gravità di ciò che accade in Europa e l’affinità con alcune delle tendenze che condussero alla catastrofe. E allora suonerebbe meno infondato l’allarme delle rare cassandre che da alcuni anni cercano di richiamare l’attenzione sul razzismo di massa che dilaga in Italia e in Europa e sulla temibile saldatura fra razzismo di Stato e razzismo popolare. Quando si prende di mira una minoranza (non una qualsiasi, ma i rom, le vittime storiche, con gli ebrei, della discriminazione, della persecuzione e dello sterminio europei), attribuendole caratteri essenziali – che siano intesi come razziali, sociali o culturali è irrilevante- non si sa mai dove si va a finire. Quando si stigmatizza e si discrimina, si vessa e si perseguita quella minoranza negandole diritti umani fondamentali, in realtà mettendone in dubbio la stessa qualità umana, la strada è spianata per ogni genere di avventura autoritaria (per non dire totalitaria).

Esemplare è il caso della patria dei Diritti dell’Uomo divenuta terreno delle scorrerie razziste di un mediocre presidente-sceriffo e dei suoi accoliti: ansiosi di sottrarre ai lepenisti lo scettro di difensori di legge-e-ordine, convinti di fronteggiare gli effetti sociali della crisi economica e la perdita di consenso con la frusta strategia del capro espiatorio, in ciò favoriti da chi a sinistra ha spianato loro la strada. Conviene ricordare che il primo disegno di legge «contro il velo islamico», in realtà contro i musulmani, fu presentato da un socialista; e che comunista è il presentatore della legge «contro il burqa», approvata dal parlamento francese pochi giorni fa. D’altra parte, nella sinistra italiana, non sono pochi/e coloro che vorrebbero «fare come la Francia», ignari/e, forse, di quanto veleno razzista ci sia nella coda di quelle leggi proibizioniste. Esse, in realtà, appartengono allo stesso ciclo che ha prodotto il grottesco dibattito sull’identità nazionale, in cui era implicito il disegno di fare «pulizia etnica», di liberare la nazione dalle impurità che la storia le ha lasciato in eredità. Pur di perseguirlo, Sarkozy e i suoi tradiscono la consueta compostezza francese, la lealtà formale verso le istituzioni europee, con uno stile grossolano da par loro, simili come sono ai governanti nostrani, con i quali anche in questa occasione hanno volentieri «giocato di sponda». Non ci sorprende troppo che a ripetere la volgare frase fatta «Se gli piacciono tanto – i ‘negri’, gli ‘extracomunitari’, gli ‘zingari’- li accolga a casa sua» sia l’uomo della strada o il Beppe Grillo di turno (nel 2006 rivolse questo invito al ministro Ferrero; più tardi, con coerenza, definì i rom «una bomba a tempo»). Non è banale, invece, che la frase insultante sia indirizzata dal presidente della Repubblica di un importante paese europeo a una autorevole rappresentante delle istituzioni europee. Non è solo una caduta di stile; è il segno che il razzismo a tal punto è stato detabuizzato da divenire forma della politica, per citare Alberto Burgio.

In Italia ciò è avvenuto da più lungo tempo, col concorso decisivo di quei «razzisti democratici» che, tra una strage di profughi albanesi e un consiglio di guerra sulla «piaga» dei rom, hanno costruito le tessere che altri hanno composto per farne, appunto, forma della politica. Questa forma non può produrre altro che barbarie. Ed è perciò che la condizione primaria per qualsiasi progetto di ricomposizione della sinistra, o solo di alleanza in difesa della democrazia, è che al primo punto vi siano l’impegno antirazzista e la difesa incondizionata dei diritti dei rom, dei migranti, dei profughi.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003171136