I becchini del Mediterraneo

Certo, lo stile delle autorità italiane non è più quello di chi incitava ad affondare i barconi dei migranti. E questa volta va dato atto alla Guardia costiera e alla Marina militare di aver compiuto il proprio dovere: ché questo è soccorrere un gommone di migranti alla deriva, come hanno fatto, riuscendo a salvarne settanta su un numero indefinito. Ma la tragedia dell’ecatombe mediterranea si perpetua giorno dopo giorno, incrementata dall’ottuso proibizionismo della fortezza europea, dagli accordi bilaterali sottoscritti con i nuovi regimi della riva Sud del Mediterraneo, dalla condizione disperata dei nostri ex colonizzati, somali ed eritrei, condannati a un esodo senza fine e senza speranza. Come testimonia il fatto che ben otto degli undici cadaveri recuperati finora siano di donne.

In Libia, come ha denunciato fra gli altri Amnesty International, quasi niente è mutato nel campo in cui si era illustrato il regime di Gheddafi, il più feroce fra i gendarmi delle frontiere europee. E questo anche grazie all’intervento militare della Nato, che ha violentato un processo appena in fieri e ne ha condizionato gli esiti perlopiù in senso negativo. Gli arresti arbitrari di migranti, rifugiati e richiedenti asilo, il lavoro forzato e lo sfruttamento schiavile, le deportazioni, i taglieggiamenti, le torture, gli stupri sono pratiche tuttora correnti, la cui apoteosi è l’inferno della prigione di Kufra. L’unica differenza è che oggi sono le milizie armate a «dirigere» i centri di detenzione e a compiere queste nefandezze.

Sebbene tutto questo sia ben noto, sebbene la Libia non abbia mai sottoscritto la Convenzione di Ginevra del ’51 e non faccia distinzione tra richiedenti asilo e migranti, il 3 aprile scorso un nuovo accordo è stato sottoscritto dalla ministra Cancellieri col suo omologo Fawzi Al Taher Abdulali. Questi s’impegna, ovviamente, a impedire le partenze dei migranti, l’altra a fornire strumenti e addestramento per i controlli delle frontiere, chiudendo un occhio sulle gravissime violazioni dei diritti umani. E non solo: per Cancellieri il bagno penale di Kufra non è altro che un «centro di accoglienza» da dotare di «servizi sanitari di primo soccorso».

Quanto alla Tunisia, anche se la Rivoluzione del 14 gennaio ha favorito un’effervescenza sociale e una presa di parola collettiva senza precedenti, ben pochi cambiamenti essa ha prodotto per ciò che riguarda sia le condizioni sociali delle classi subalterne, sia il diritto di emigrare e di essere protetti in quanto migranti o rifugiati. Basta dire che qui è ancora in corso una legge del 2004 che prevede pene detentive fra i tre e i venti anni di prigione per chi sia implicato, direttamente o indirettamente, anche per mera solidarietà, in un fatto o in un tentativo di emigrazione/immigrazione illegale. Il che, ben lungi dall’impedire gli arrivi e le partenze, li rende sempre più rischiosi. Ormai non si contano più le vittime e i dispersi fra gli harraga tunisini partiti per le coste italiane dopo la fuga del dittatore. Paradossale è che essi siano gli stessi giovani proletari, senza lavoro né reddito o in condizioni precarie, che con la loro sollevazione hanno reso possibile la caduta del regime, pensando fra l’altro che la sua fine avrebbe segnato la fine del proibizionismo.

L’abbiamo scritto mille volte, così che le nostre parole sono livide e consumate come i cadaveri che s’inabissano nel Mediterraneo: sul versante a Sud, non si può pretendere di rappresentare la rottura con i regimi dittatoriali senza spezzarne i cardini portanti, fra i quali gli accordi bilaterali; sul versante a Nord, non si può pretendere di rappresentare la rottura con il berlusconismo perpetuandone le abominevoli politiche proibizioniste.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003204523