«Non sono che animali»

È atrocemente simbolica la fine degli ultimi sette o dieci migranti annegati nel Canale di Sicilia.

Ingoiati dai flutti mentre cercavano disperatamente di aggrapparsi a una gabbia ove si agitavano dei tonni: sette o dieci, non importa, ma altrettanto terrorizzati e come loro destinati alla morte. Sebbene troppo citato, l’aforisma di Theodor W. Adorno è perfettamente calzante: il «non è che un animale» si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli umani.

Secondo il racconto dei novantacinque superstiti salvati dall’intervento della Guardia costiera, i sette o dieci migranti sarebbero finiti in mare dopo che l’equipaggio del motopeschereccio tunisino aveva tagliato il cavo che trainava la tonnara. Avrebbero anche tentato di salire a bordo, i sette o dieci, ma sarebbero stati respinti brutalmente.

È una gara di crudeltà quella che si gioca sulla pelle dei nuovi dannati della terra: una catena gerarchica volta alla negazione dell’umano, non diciamo dei diritti umani fondamentali. Con alcune eccezioni rilevanti, come quelle di coloro che prestano soccorso in mare, è una catena che si snoda dai decisori, europei e nazionali, agli esecutori delle stolide politiche proibizioniste; dai gestori dei lager per migranti a non pochi rappresentanti delle forze dell’ordine italiane. Fino, in tal caso, ai pescatori tunisini incrudeliti da leggi crudeli contro i «clandestini» e chi ne sia «complice». Basta dire che nella Tunisia post-rivoluzione è ancora in vigore una legge che punisce con pene detentive comprese fra i tre e i venti anni di prigione chiunque sia implicato, direttamente o indirettamente, anche per mera solidarietà, in un episodio di migrazione illegale o solo in un tentativo o azione preparatoria. Un tal genere di leggi nazionali -tuttora in vigore, ripetiamo, malgrado le «primavere arabe» – è stato a sua volta imposto, favorito, indurito, legittimato dagli accordi bilaterali per il contrasto dell’immigrazione illegale: fino ai più recenti, stipulati dalla ex ministra dell’Interno Cancellieri con i suoi omologhi dell’altra sponda del Mediterraneo.

La realtà di questi giorni – si parla di un migliaio di migranti giunti sulle coste italiane in appena ventiquattr’ore – conferma una verità lampante: il «mondo-frontiera» (per usare la formula di Paolo Cuttitta), dai confini sempre più infittiti, complessi, variegati, disseminati, è più poroso che mai. Esso non ce la fa a competere con la forza degli esodi, con le ragioni che spingono gli esseri umani a cercare altrove salvezza, speranza, avvenire.

Il proibizionismo, il pessimo trattamento dei migranti, la clamorosa violazione del diritto umanitario nei confronti dei rifugiati non valgono a «scoraggiare gli arrivi», come recita un luogo comune. Servono, invece, a incrementare l’ecatombe mediterranea nonché a rendere un inferno la vita di chi riesce ad approdare. Fino all’istigazione al suicidio. Pochi giorni fa, a Firenze, Mohamud Mohamed Guled, rifugiato somalo di trent’anni, si è congedato da un’esistenza senza prospettive di dignità e serenità, lanciandosi da un edificio occupato da suoi connazionali e compagni di sventura. In seguito alla chiusura del progetto «Emergenza Nord Africa», era stato allontanato con 500 euro di mancia dalla struttura di accoglienza, a Pisa, gestita dalla Croce Rossa. Così, per avere almeno una tana, non aveva potuto far altro che raggiungere Firenze: a condurre in realtà una vita da reietto, sempre più deprimente e intollerabile.

Sono anni e anni che le associazioni per la difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati rivendicano canali d’ingresso legali, permanenti, realisticamente percorribili, meccanismi di regolarizzazione ordinaria, la chiusura dei lager per migranti, una legge organica sull’asilo che finalmente dia corpo all’articolo 10 della Costituzione, un programma nazionale d’integrazione dei rifugiati rispettoso almeno degli standard internazionali. E altre misure – come la riforma della legge sulla cittadinanza e il diritto di voto – che rendano più dignitosa la vita dei migranti e dei rifugiati, meno inferiore il loro status.

Oggi s’invoca la crisi economica per dire che non è il momento propizio per queste pretese. Ma, come si sa, per le rivendicazioni dei migranti e rifugiati, come d’altre categorie di subalterni, un momento propizio non c’è mai. Perciò insistiamo caparbiamente. Non rinunciamo a immaginare «uno stato di cose migliore» in cui, per citare ancora Adorno, «si potrà essere diversi senza paura»: umani e nonumani.

 

Fonte: https://archiviopubblico.ilmanifesto.it/Articolo/2003211847